 |
Di Philip Thornton e Andrew Gumbel, "Independent", 22 settembre 2003
L'Irak è stato posto in liquidazione lunedì quando l'amministrazione filo-americana ha annunciato l'apertura di tutti i settori agli investitori stranieri nel disperato tentativo di iniziare la ricostruzione mentre sono in atto rapimenti, saccheggi e uccisioni.
In una mossa inattesa rivelata all'incontro del Gruppo dei Sette a Dubai il Consiglio di Governo dell'Irak ha annunciato rapide riforme per consentire la totale proprietà da parte di stranieri senza approvazione preventiva.
L'iniziativa ha il marchio della lobby necons di Washington, ed è completa di tagli alle tasse e abolizione dei dazi. Si applica a tutto, dall'industria alla salute all'acqua, ma non al petrolio.
Ma può far nascere preoccupazioni che l'Irak sia trasformato in una occasione d'oro di profitti per multinazionali con connessioni politiche.
I più grossi contratti per la ricostruzione sono già appannaggio di aziende americane come Bechtel e Halliburton, legate all'amministrazione Bush. Sono state scelte a porte chiuse senza nessuna opportunità per i concorrenti di presentare controproposte.
L'Irak non è certo un ambiente ideale per gli affari, tuttava la nuova iniziativa è calcolata per sedare le paturnie delle compagnie straniere riguardo ai loro impiegati e ai capitali.
Resta da vedere se la prospettiva di comprare i servizi essenziali dell'Irak, di farli pagare quanto si vuole e di reimportare interamente i profitti sia uno stimolo sufficiente vista l'incapacità USA di rendere il paese sicuro dalle milizie della resistenza e dai predoni con armi pesanti.
La privatizzazione all'ingrosso fa una bella differenza con l'economia irachena centralizzata di Saddam, che ha avuto un certo successo nel trasformare in capitali il petrolio, costruire ospedali, scuole e altre infrastrutture almeno fino alla guerra con l'Iran del 1980-88, alla guerra del Golfo del 1991e all'imposizione successiva delle sanzioni dopo quel conflitto.
Un esperto arabo dice: "C'è paura che la privatizzazione di troppe cose possa portare alla loro svendita per un piatto di lenticchie." Kamel al-Gailani, il Ministro della Finanza del governo provvisorio dice che la mossa aprirà l'Irak al libero mercato che porterà le creazione di posti di lavoro e la crescita economica nel lungo periodo.
"Stiamo offrendo ai cittadini iracheni quella libertà e quelle opportunità che sono state loro negate così a lungo sotto il partito Baath per realizzare il loro potenziale economico," dice. "Le riforme faranno avanzare gli sforzi per creare un mercato aperto e libero e per aprire l'economia irachena, promuoverne la futura crescita economica (e) accelerare il suo ritorno nell'economia internazionale e la sua reintegrazione con altri paesi."
Le mosse proposte da Gailani e approvate da USA e UK comprendono:
• 100 per cento di proprietà straniera in tutti i settori tranne le risorse naturali;
• proprietà diretta e joint venture con la creazione di settori.
• Piena e immediato invio al paese ospitato di profitti, dividendi, interessi e royalties.
La privatizzazione di tutto dall'elettricità alle telecominicazioni ai farmaceutici all'engineering con la vendita di centinaia di compagnie statali.
Ci sarà franchigia fiscale per il resto di quest'anno e successivamente le tasse saranno a un 15 per cento massimo l'anno succesivo.
Le tariffe doganali saranno abbattute per mostrare che l'Irak "abbraccia il libero commercio". Una sovrattassa del 5 per cento sarà aggiunta a tutti gli importi diversi dai beni umanitari come cibo, medicine e libri, per finanziare la ricostruzione.
L'America ha difeso la decisione di offrire un pacchetto così generoso agli investitori esteri. "Il Capitale ha paura," ha detto il Segretario USA del Tesoro John Snow. "Non va dove si sente minacciato. Le società non mandano i diopendenti in posti dove non si sentono sicuri." Le vaste riserve petrolifere dell'Irak, le più grandi dopo quelle dell'Arabia Saudita, resteranno in mano al governo. "Faranno marciare le finanze governative basate sui proventi del petrolio," ha detto Snow.
Cinque mesi dopo la caduta di Saddam non c'è traccia di ricostruzione. Acqua ed elettricità sono ancora inaccessibili alla gente normale e interi quartieri sono senza telefono. E Washington sta disperatamente cercando aiuto per trovare chi lo aiuti a pagare i 100 miliardi di dollari che dovrebbe costare la ricostruzione.
© 2003 Independent Digital (UK) Ltd
|
 |