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La questione del nome è basilare nel sesso.
Anche nell'amore, è da dire.
E "amore", "amore mio", è il più abusato dei nomi. Ma il suo continuo uso ne corrompe subito il suono.
A un certo punto non evoca più. E di questo tutti, prima o poi, ne fanno esperienza.
Ma la faccenda del nome contiene anche un più profondo segreto.
Per esempio, ci sono uomini, e donne, che vengono in silenzio. Quasi sussurrando… quasi a scusarsi.
Il loro orgasmo non si ode, si vergognano. Un po' per non farsi sentire dai vicini (sa… i muri di cartone, contessa), e molto per celarsi al partner. La paura di essere giudicati, nonostante l'inevitabile momento di intimità.
"Un'eiaculazione triste, per un coito modesto" dicevano due decenni fa i Cccp.
Poi ci sono quelli che si lasciano andare, quelli che a un certo punto non capiscono più niente: ormai sono totalmente nel trip orgonico. E le parole fluiscono con una cadenza martellante, e sempre più insensata: bestia, puttana, animale, troia e chi più ne ha più ne metta, nella grande terra dei vernacolari.
Certo, non con tutti si può fare così. Ed è buona norma, quando il tipo scapigliato incontra quello intimista, evitare che incrocino tra loro i fioretti. E' improbabile che ne possano venir fuori scintille.
Ma il bisogno di nomificare, di dare un nome alle situazioni, percorre come un fremito tutte le storie, in particolare quelle a prevalenza "dominance". Perché lì è sempre in atto una dinamica di gioco di ruolo, consapevolmente agita dagli attori in campo. Lì la parola scandisce i momenti e l'eccitazione, e assume la più magica delle sue funzioni. Fa vivere l'irreale, fino a trasformare nella qualità corpi e menti, realizzando a pieno una capacità evocativa straordinaria.
"Schiavo vieni qui"
"Sì, Padrona."
L'importanza è in questo caso nell'asimettria delle funzioni e dei poteri. E qui il linguaggio diventa decisivo nel frantumare la fragile patina universalistica stabilita dai diritti dell'uomo. IO divento il "Voi" del tuo linguaggio, e tu diventi sempre più l'animale, l'oggetto, la cosa a mia totale disposizione. E tutto questo grazie al linguaggio, al mio potere di "nominare" la situazione.
Il linguaggio nel sesso fa quindi suo il segreto della religione. Di ripetere, ripetere all'infinito, variando leggermente, e poi di riprendere, di cambiare e poi di reiniziare di nuovo. O forse è la religione a rubare il segreto al sesso. Non so. Ma è certo che la ripetizione del nome, e finalmente il riconoscimento del suo "vero" nome da parte dello schiavo, ottiene effetti straordinari. Forse il grande segreto della dominazione consiste proprio nel saper assegnare, e usare, il "vero nome" dell'altro.
Leggevo tempo addietro, in un libro dedicato alla psicologia postskinneriana, che nelle persone il riconoscimento delle parole non sempre è uguale. La gente quando sente parole tipo "casa", "albero", "trota", parole neutre cioè, ha un tempo di riconoscimento veloce senza alcuno sbalzo emotivo interiore. Ma se invece viene detto "cagna", "troia" o "sangue" la gente reagisce con una piccola tempesta ormonale. Dicono di avere misurato scientificamente questa differenza.
Ora, il passaggio decisivo sta proprio nel trovare il nome alla cosa, o animale, che abbiamo di fronte, tanto da farlo diventare il suo nome segreto, da usare in modo decisivo quando lo si vuole piegare a sé: nell'orgasmo, come si diceva prima, ma anche in pubblico, soprattutto se lo schiavetto ha in mente di darsi un contegno, di mantenere immacolata la sua stupida patina di riservatezza borghese.
E quasi tutti i borghesi hanno un complesso sulla questione dell'esibizionismo. Perché va a farsi benedire il giudizio degli altri, di quelli che non conosce, o magari di essere visto proprio da qualcuno che invece lui lo conosce benissimo. E poi che mai penserà di lui!
Io, in questi casi mi diverto moltissimo, e divento provocatoria al massimo. Lo obbligo a fissarmi gli stivali e lo tiro per il cazzo, o peggio. In realtà mi piace infrangere la sua intimità.
La questione del nuovo nome si situa esattamente lì. Nel luogo della sua intimità più segreta e celata.
Spesso mi capita di violarla, questa intimità, anche perché consapevolmente ne cerco sempre l'entrata. E talvolta l'effetto è sorprendente; alcune volte vengo salutata da un pianto incontrollabile, assolutamente liberatorio e catartico. Ma da quel momento mi posso permettere di spadroneggiare senza alcuna remora sull'animo della mia vittima. Ne faccio ciò che voglio, in maniera assolutamente incontinente. Fino a quando, prima o poi, non mi verrà a noia…
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