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In un precedente intervento che considero esauriente unicamente per un approccio website dell'argomento, avevamo posto in evidenza alcuni aspetti fondanti della genesi dei taliban che rammentiamo sommariamente:
1) Carattere non-urbano del fenomeno taliban.
I taliban sono studenti delle madrasa (scuole di teologia coranica) delle aree rurali dell'Afghanistan e del Pakistan. Da questa origine rurale si può dedurre la fenomenologia dominante nei comportamenti della popolazione della regione: tendenzialmente arcaica e ferocemente opposta a qualunque tipo di modernizzazione della società e dei costumi. Inoltre da questa semplice considerazione si può intuire il breve passo che separa questa forma mentis da un anti-occidentalismo tout court e dal fondamentalismo (cioè ad una intrepretazione integrale e a-critica) dell'islam.
2) Carattere etnico del fenomeno taliban.
Pashtun afghani e pathani pakistani rappresentano la stessa etnia di remota origine persiana, che nel linguaggio utilizza una lingua iranica (che costituisce il gruppo orientale del ceppo iranico) benché fortemente dialettizzata, cioè articolata in dialetti, anche in considerazione del carattere fisico del territorio, della ruralità della popolazione e della limitatezza degli scambi. Ma l'aspetto forse ancora più importante e decisivo è che in questa intera etnia VIGE da secoli, un codice di comportamento per la vita quotidiana: il pashtunwali. (Qualche riga più sotto ne trovate una sommaria descrizione).
3) Carattere di continuità storica dell'egemonia pashtun rappresentata dai taliban.
Tutta la storia afghana sia pre che post-indipendenza (dalle due guerre anglo-afghane del 1839-1842 e del 1879-1880, fino al trattato di Rawalpindi dell'8 agosto 1919, con cui la Gran Bretagna riconosce l'Afghanistan indipendente) è la storia dell'egemonia pashtun sulle altre etnie (hazara, uzbeki, tagiki, beluci, turkmeni, nuristani etc?) del paese.
Secondo le rare oltreché inaffidabili statistiche disponibili, nel corso storico i pashtun non hanno mai rappresentato una maggioranza schiacciante della popolazione afghana, in una forchetta che varia dal 35 al 55%, secondo le fonti. Dal 1919 al 1992 (con le semplificazioni anche grossolane che questo intervento sottende) i vari governi succedutisi a Kabul sono stati quasi sempre e con rare eccezioni dominati da esponenti pashtun; da questo punto di vista non appare casuale che i taliban si presentino sull'orizzonte della storia afghana dopo due anni di guerra civile (1992-1994) tra le diverse fazioni dei mudjahiddin, non esclusivamente, ma fortemente polarizzate etnicamente e nel momento in cui a Kabul siede formalmente il governo multi-etnico di Burhanuddin Rabbani. In altre parole i taliban incarnano la revanche dei pashtun.
4) Carattere endogeno del successo taliban.
Benché le prime sortite dei taliban intervengano su un corpo sociale stremato da 15 anni di conflitto (prima anti-sovietico e poi civile, ma sempre nel territorio del paese) è escluso che unicamente con le forze delle quali il movimento disponeva inizialmente, esso avesse la benché minima chance di affermarsi. In altri termini il successo politico-militare dei taliban è attribuibile unicamente all'intervento dell'Inter Service Intelligence (i servizi segreti pakistani) e all'implicazione d'Islamabad con il consenso statunitense, nel cosidetto"dossier afghano". Non che precedentemente a Islamabad questo "dossier" risultasse estraneo: semplicemente essa ha cessato di sostenere e rifornire l'Hezb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, per varare il progetto taliban.
Su questa decisione che può apparire repentina e irrazionale giocano elementi interni al Pakistan, come la fragilità del governo di Benazir Bhutto e elementi esterni, come il gasdotto con il Turkmenistan e tutti gli equilibri geopolitici dello scacchiere petrolifero, troppo complesso da analizzare in questa sede. Concludendo, pur esistendo una base di elementi interni favorevoli alla comprensione del successo del fenomeno taliban, quest'ultimo è ben lontano dal poter essere considerato un risultato delle dinamiche interne all'Afganistan; si tratta invece di un fenomeno che è stato progettato e pianificato dall'esterno, con l'aiuto d'ingenti mezzi economici.
Fin qui il riassuntino, che mi pare insoddisfacente solo dal punto di vista della implicazione degli interessi economici legati agli idrocarburi. Ma i punti che abbiamo ricordato più sopra si fondano su una considerazione che avevamo tratto già nel 1997: "la sopravvivenza, ancora all'inizio degli anni Settanta, di forme economico-sociali arcaiche proprie di un economia di sussistenza. Sovente per questo motivo l'Afghanistan viene considerato come un 'caso limite del sottosviluppo'". (1)
L'aspetto dell'arretratezza economica e sociale di questo paese rappresenta una difficoltà da assumere completamente; è per questa ragione che l'Afghanistan ha sempre rappresentato un enigma anche per gli stessi specialisti; tra questi ultimi (e non casualmente) chi più di ogni altro è riuscito a contribuire all'esatta comprensione di alcuni dispositivi interni alla società afghana sono stati due etnologi: i coniugi Pierre e Micheline Centlivres (2). Né gli storici, né gli economisti, né gli studiosi di scienza politica o i geopolitici sono stati in grado di dipanare la matassa? l'Afghanistan rappresenta infatti uno scoglio insormontabile per chi utilizza una utensileria analitica troppo specializzata, anzi forse è proprio uno di quei casi in cui, quanto più gli strumenti sono specializzati e quanto più risultano fuorvianti.
Basterà ricordare la recente distruzione delle statue dei buddha bombardate lo scorso inverno dai taliban (in omaggio alla ortodossa iconoclastia e alla conseguente necessaria distruzione di tutte le immagini) per comprendere come la spiegazione di questa vicenda, renda necessaria la simultaneità del contributo di discipline diverse: storia dell'arte, storia delle religioni, islamologia, sociologia, etc.. E all'interno di questa impegnativa complessità che ci pare interessante aggiungere un tassello fondamentale ai quattro elencati all'inizio, in merito alla genesi dei taliban:
5) Carattere dell'elevazione ad istituzione di una misoginia di massa dei taliban.
L'ipotesi é la seguente: l'incrociarsi tra una certa interpretazione dell'islam (originariamente di derivazione deobandi, scuola fondata 130 anni or sono nell'Uttar Pradesh in India, cui si è poi gradualmente sostituito il rigorismo wahhabita egemone in Arabia Saudita) con il codice di vita dei pashtun (il pashtunwali) abbia istituzionalizzato una misoginia di massa.
La prima tappa di questo processo si verifica a partire dalla metà degli Ottanta, quando nella situazione bellica afghana e in quella di disperante povertà pakistana, i figli maschi non avevano (e ancora oggi non hanno) altra scelta per la propria sopravvivenza, che quella di "andare in seminario", cioè entrare fin dalla più tenera età nel sistema delle madrasa, delle scuole coraniche. La scala del fenomeno anche se allora è sfuggita agli analisti in tutt'altro affacendati, è stata considerevole per non dire impressionante, soprattutto se si tiene conto dei vertiginosi tassi demografici della regione. Molti di quei seminaristi adolescenti che allora scambiarono la prospettiva di una vita famigliare di fame e lavoro schiavistico, con la certezza di alloggio e vitto quotidiano, si sono poi assicurati una dignità sociale autoproclamandosi mullah e dando vita al movimento taliban. Se l'adesione alle madrasa non risulta di esclusiva pertinenza dell'etnia pashtun, sta di fatto che la localizzazione geografica delle scuole coraniche, nelle aree rurali e confinanti del sud-est afgano e del sud-ovest pakistano, ha di fatto massificato questa esperienza negli adolescenti maschi pashtun e pathani, relegandola a un contesto episodico e incidentale per le altre etnie (per esempio nei campi-profughi attorno a Peshawar).
Seconda tappa. Dopo la conquista di Kabul nel settembre 1996 e dopo avere messo a tacere il tradizionale islam afghano, (nel quale la componente sufi è sempre stata determinante) i taliban si sono trasformati in regime, ammantando con una vernice religiosa a quello che nei fatti risultava e veniva percepito come l'imposizione della legge marziale nei territori non-pashtun ivi compresa la capitale. A questo punto è venuto alla luce tutto il peso degli apprendimenti nelle madrasa cioè il tentativo estremo ed estremista di regolamentare ogni momento della vita quotidiana, di condizionare cioè il più banale comportamento, prima dei discepoli e poi dell'intera popolazione. Si pensi che la scuola deobandi nei 130 anni della sua esistenza ha reso pubbliche circa 250.000 fatwas (disposizioni coraniche) su pressoché tutti i dettagli più infimi e insignificanti della vita di tutti i giorni. L'austero catechismo impartito agli adolescenti, scandito da una quantità impressionante di norme, deve associarsi in questa analisi alla precoce separazione dei seminaristi dalle famiglie, ma soprattutto è doveroso sottolinearlo, a tutte le donne della propria famiglia. Solo in un regime di assoluta separazione tra i sessi può svilupparsi l'humus della misoginia estrema dei taliban. Se a una base come questa aggiungiamo gli elementi del pashtunwali la misoginia non potrà che evolversi in fobia.
Terza tappa. Gradualmente si è assistito nell'Afghanistan dei taliban e nella etnia pashtun-pathana ad una incorporazione e ad una integrazione tra principi (deobandi-wahhabiti) dell'islam, al codice, all'etica di vita dell'etnia pashtun-pathana. Secondo il pashtunwali al quale nessuno della suddetta etnia vuole, nè può sottrarsi, le regole devono essere rispettate in ogni tempo e in ogni luogo e sono: melmastia (il dovere dell'ospitalità, anche per i ricercati); nanawatei (cioè l'obbligo di accettare una richiesta di perdono); hadal (il diritto alla vendetta che spesso si spiralizza in dovere della vendetta); torei (la bravura, l'incitazione a migliorarsi); sobat (la tenacità); imandari (impegnarsi ad avere la fede e ad essere giusti); esteqamat (la persistenza); ghayrat (difesa del proprio onore, rifiuto-obbligo di accettare un affronto) e infine namus (difesa dell'onore delle donne della famiglia).
Chiaramente gli ultimi due oltre all'hadal sono quelli che alludono alla lunga tradizione di vendetta di queste terre, tuttavia di tutti e nove questi valori tradizionali tre sono quelli malvisti e per così dire fagocitati dai taliban: la melmastia (ospitalità, a causa della situazione bellica); il nanawatei (il perdono) e l'imandari (essere giusti), in quanto solo un tribunale coranico ha giurisdizione su tali aspetti.
L'incrocio tra precetti religiosi e regole di vita ha spinto ai limiti della realtà la misoginia dei taliban, trasformandola in una vera e propria fobia delle donne e più in generale del femminile in una forma talmente estrema e per certi versi irrazionale, che un pezzetto di unghia con lo smalto o una calza scoperta, viene punito, perché considerato una pericolosa forma di seduzione che potrebbe condurre l'intera società alla dannazione eterna. Pertanto le donne e le adolescenti, ma anche le bambine a partire dai sette anni, devono essere segregate, rinchiuse, coperte e qualora necessario, picchiate e umiliate, per impedire che il peccato si diffonda nel mondo. La deriva finale di tale scenario è la morte: nell'impossibilità di recuperare reddito (alle donne è proibito lavorare oltreché mostrarsi in pubblico) la parte più debole della popolazione femminile (vedove, madri di famiglia senza sostegno, etc.), si risolve a prostituirsi, ma nel paese dei taliban tale attività non è solo illegale ma comporta la morte per lapidazione! Ma prima d'indignarci giustamente per ciò che accade in quelle remote contrade, perché nessuno tira in ballo la manifestazione del 1996 a Washington di soli uomini (proibita alle donne) dei Promises Keepers, la cosidetta "Marcia su Sodoma" che nel loro programma così eminentemente cristiano sviluppano una misoginia comparabile a quella dei taliban? (3)
Non esistono dubbi sul fatto che una componente determinante di questa ansietà sia di origine sessuale e provenga dalle regole tradizionali del pashtunwali, in virtù del quale le bambine che entrano nel percorso pericoloso e "irto di pericoli" della pubertà devono essere rigorosamente separate dai ragazzi e dagli uomini. Il taliban è in effetti un adolescente che ha raggiunto la maturità nutrito di ortodossia religiosa, non lambito dall'influenza temperante dell'intero genere femminile, a cominciare dalle donne della sua famiglia e del suo villaggio; un aspetto che ha reso le prime reclute del movimento docili e disciplinate. A tutti gli effetti la fobia delle donne dei taliban appare come una omosessualità repressa (4) e in sede storica i taliban stessi evochino le gesta della cosidetta "crociata medievale dei bambini" con i suoi elementi associati di autoflagellazione, d'induzione all'omosessualità e di credenza nell'immanenza del Paradiso. Sono aspetti del resto già dibattutti e sviscerati per esempio per il nesso infanzia-separazione-omosessualità presente nel corpo scelto dei giannizzeri ottomani.
Le vittime di una omosessualità repressa Come ricorda Michael Griffin che è in definitiva il maggiore studioso dell'argomento e ispiratore di questo intervento (5) nella regione di Kandahar (città nella quale i taliban hanno installato il loro quartier generale e nella quale risiede il mullah Omar e che ha lasciato una sola volta nel 1996 per andare recarsi a Kabul) i costumi di segregazione e reclusione delle donne sono storicamente fissati dando vita a una ricca tradizione letteraria e non di passioni omosessuali, celebrata nella poesia, nella danza e nella pratica della prostituzione maschile.
Del resto sulla passione e sull'amore eterosessuale hanno sempre gravato elementi fortemente disincentivanti come la paura di un attentato all'onore, la minaccia dell'innesco di una vendetta e allo stadio ultimo la morte per lapidazione. Nella società pashtun-pathana, l'amore tra un uomo e una donna era un fatto di cui non si osava ed era severamente proibito parlare, mentre gli adolescenti maschi potevano esercitare tra loro i propri talenti di corteggiamento senza alcun problema.
Ma siamo sicuri che la fanatica arroganza dei barbuti taliban con turbante, che intendono convertire il mondo a un islam arcaico e medievale che perfino gli ayatollah iraniani giudicano dannoso per l'intero islam, non nasconda una paura panica del sesso cosidetto debole e in definitiva una omosessualità repressa? No, anzi ne siamo quasi sicuri!
(1) Giampaolo R. Capisani, I nuovi khan. Popoli e stati dell'Asia centrale desovietizzata, BEM, Milano, 1997.
(2) Pierre Centlivres e Micheline Centlivres-Dumont, Et si on parlait d'Afghanistan? Editions de la Maison des Sciences de l'Homme, Paris, 1989. Ma si vedano anche le loro opere successive.
(3) Rimando a questo punto alla tematica del backlash e alla produzione di Susan Faludi, Backlash: The Undeclared War Against American Women, Crown Publishers Inc. New York, 1991 e Stiffed : The Betrayal of the American Man, Harperperennial Library, 1999.
(4) Mi sembra a questo punto indispensabile la rilettura di un classico Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, ma compendio utile risulterà anche G.L. Mosse, Nationalism and Sexuality: Responsability and Abnormal Sexuality in Modern Europe, Howard Fertig, 1989.
(5) Michael Griffin, Reaping the Whirlwind: the Taliban Movement in Afghanistan, Pluto Press, 1999.
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