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George Caffentzis, (Midnight Notes Collective)
Ho scritto questo saggio con l'intenzione di partecipare alla discussione interna al movimento antiglobal circa gli eventi accaduti l'11 settembre. Sono angosciato per le vite sacrificate nel corso degli attacchi e anche per lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi.
- Piani di bombardamenti massicci contro l'Afganistan e un protratto stato di guerra contro una lista di paesi (circa 60, secondo Bush) che presumibilmente sosterrebbero il terrorismo.
- Escalation di sentimenti xenofobi, in particolare contro gli arabi, ma indirizzata contro tutti gli immigrati, e non solo negli Usa. In Italia, la Lega Nord (parte della coalizione governativa) ha già proposto che tutti i lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno siano considerati come terroristi potenziali.
- La demonizzazione del movimento antiglobal, accusato di essere nemico della "civilizzazione occidentale".
Cosa possiamo fare in questa situazione?
Il nostro primo compito è certamente quello di fermare l'escalation della violenza e di mobilitarci contro la guerra condotta dagli Usa contro l'Afganistan o contro qualunque altro paese considerato dall'Amministrazione Bush un obiettivo della sua "guerra al terrorismo". Abbiamo bisogno anche di stringere legami di solidarietà con gli Arabi e le comunità di immigrati negli Usa, attualmente bersaglio di un attacco fisico e ideologico. Ma dobbiamo comprendere meglio cosa sia accaduto, poiché qualunque confusione al riguardo potrebbe avere conseguenze molto serie per il movimento antiglobal.
Inevitabilmente, questo mio articolo si muove per tentativi e in base a ipotesi, data la scarsa conoscenza dei dettagli relativi all'attacco criminale perpetrato - a due settimane di distanza, la confusione è generalizzata, anche in relazione alle identità di alcuni dei diretti esecutori. Inoltre, il mio scopo è la classificazione e la spiegazione, non la diffamazione. Quanto è accaduto, da un punto di vista legale e morale, basta e avanza. Gli assassinii dell'11 Settembre costituiscono uno dei peggiori massacri compiuti in un solo giorno nell'ultimo decennio; probabilmente, solo quelli commessi nei primi giorni del genocidio ruandese possono competere quanto a cifre. Le migliaia di morti costituiscono uno dei peggiori crimini contro l'umanità e, sebbene i diretti esecutori siano morti, i loro complici, se ne hanno avuti, debbono essere catturati e processati dai tribunali competenti, senza che il governo Usa arrivi a commettere crimini simili contro le popolazioni di altri paesi. Il fatto che una simile affermazione sollevi controversie negli Usa in questo momento indica quanto rischiosi siano i tempi in cui viviamo!
Petrolio, globalizzazione e fondamentalismo islamico
Su un piano generale, gli eventi dell'11 Settembre 2001 possono essere ricondotti alle crisi economiche, sociali, culturali sviluppatesi nell'Africa del Nord, nel Medioriente e nell'Asia occidentale successivamente alla Guerra del Golfo e, prima d'essa, all'accelerato processo di globalizzazione avviatosi negli ultimi anni 70. Il primo aspetto di queste crisi è stato l'impoverimento del proletariato di tali aree, a seguito delle politiche di aggiustamento strutturale e all'importazione dei processi di liberalizzazione, a partire delle politiche egiziane della "porta aperta", che costarono la vita a Sadat e videro l'emergere del fondamentalismo islamico come nuova forza politica.
Dalle "rivolte per il pane" del Cairo nel 1976, alle insurrezioni in Marocco e Algeria del 1988, entrambe risoltesi in un bagno di sangue, alle più recenti rivolte contro il FMI in Giordania (e la lista potrebbe essere molto più lunga), le difficoltà incontrate dai lavoratori per la semplice sopravvivenza sono diventate sempre più drammatiche, causando un divario nel modo in cui le classi capitalistiche del Medioriente, dell'Africa del Nord e dell'Asia occidentale hanno affrontato queste ribellioni dal basso. Un ulteriore elemento di crisi è stato costituito dalla situazione in Palestina, anch'essa fattasi più grave dopo la Guerra del Golfo, a seguito della risposta israeliana alle richieste palestinesi di rispetto degli accordi, della tentata usurpazione di Gerusalemme e alla crescente repressione. A prescindere dal loro attuale schieramento a favore dei palestinesi, questa situazione è divenuta causa di grave imbarazzo per le classi dominanti dal Marocco al Pakistan, rivelando la loro doppiezza e la superficialità del loro impegno rispetto alla solidarietà islamica.
Tuttavia, il più importante fattore di crisi è stato il ruolo egemone degli Usa nella regione mediorientale, esemplificato dalla devastazione dell'Iraq, dalle relazioni riservate del governo statunitense con il management delle risorse petrolifere nel Medioriente, dalla costruzione di basi americane proprio in Arabia Saudita, la terra più sacra all'Islam. Su questi presupposti, profonde divisioni si sono sviluppate all'interno delle classi dirigenti, tra governi filoamericani - spesso rappresentati da dinastie reali della penisola arabica - e una nuova generazione di dissidenti che, nel nome del Corano, hanno accusato i primi di essere corrotti, di dissipare le risorse della regione, di svendersi agli Usa, di aver tradito l'Islam, offrendo costantemente un "contratto sociale" alternativo alle classi lavoratrici del Nord Africa, del Medioriente e dell'Asia occidentale e utilizzando la loro ricchezza per creare una rete multinazionale di gruppi che si estende ad ogni continente e i cui aderenti spesso mettono in gioco la loro propria vita.
Come programma sociale, il fondamentalismo islamico si è distinto, in aggiunta al suo completo appoggio alla regola patriarcale, per il suo tentativo di fare proseliti tra le popolazioni urbane provvedendo ad alcune necessità basilari, quali scuola, salute, un minimo di assistenza sociale. Così, oggi, in molti paesi del Medioriente e nei "territori", è la rete fondamentalista islamica che provvede alle cure mediche, presentandosi, in superficie, quasi come un governo alternativo.
Ma all'intensificarsi, nell'ultimo decennio, della crisi mediorientale e internazionale, ha corrisposto l'accrescersi dell'antagonismo della rete del fondamentalismo islamico avverso gli Usa, nonché dei suoi sostenitori presenti nei diversi paesi islamici.
Questa contraddizione interna ha creato una serie complicata di conseguenze, le quali pongono in una situazione imbarazzante e pericolosa molti nell'ambito del governo statunitense e in quelli mediorientali, dal momento che essi hanno finanziato e addestrato quella stessa generazione di dissidenti che ora gli si rivolta contro in modo violento. Da un lato, una parte degli utili ricavati dal petrolio mediorientale è stata utilizzata per finanziare assalti ai simboli del Nuovo Ordine Mondiale, a causa della divisione presente nelle classi dirigenti mediorientali; dall'altro, il governo statunitense ha finanziato e addestrato molti membri di quest'ala dissidente, nell'intento di destabilizzare il potere sovietico in Afganistan. Questa è la ragione per la quale l'amministrazione Bush è così esitante nel fare quello che sarebbe naturale dopo il fiasco totale dell'intelligence attestato dai crimini dell'11 settembre: licenziare gli incompetenti. Scelta difficile, poiché molti di quelli che sono stati riportati al potere dall'amministrazione di G. E. Bush erano gli stessi che erano responsabili, durante la presidenza di Bush padre, dell'addestramento e finanziamento dei membri delle medesime organizzazioni ora perseguite come "terroristiche". Quindi, le dinastie esecutive, sia negli Usa, sia in Arabia Saudita, debbono entrambe rammaricarsi per quei "membri di famiglia" compromessi dai loro trascorsi legami con le reti ora ritenute responsabili degli eventi dell'11 settembre.
Perché ora e in modo così disperato?
Questi fatti generali, relativi alla guerra civile nascosta tra i paesi produttori di petrolio dall'Algeria all'Iran, servono a descrivere il contesto in cui è maturato l'attacco al World Trade Center e al Pentagono. Non ho dubbi sul fatto che i diretti artefici dell'attacco siano legati ad alcune branche del fondamentalismo islamico. Ma ciò non ci aiuta a capire perché l'attacco sia avvenuto nel settembre 2001 e perché la resistenza contro gli Usa abbia assunto una forma così disperata. In effetti, questi attacchi sono sintomi di disperazione, non di potenza. Avranno come conseguenza una devastante risposta militare da parte Usa, con prevedibili effetti: l'uccisione di migliaia di militanti fondamentalisti, accompagnata da tremende devastazioni per le popolazioni afgane e di molti altri paesi in Nord Africa, Medioriente e Asia occidentale. Chi potrà sopravvivere sotto un simile maelstrom? Certamente, i diretti artefici e i loro complici, chiunque essi siano, debbono essere stati alquanto disperati per mettere a repentaglio l'esistenza propria, della loro organizzazione, di milioni di vite umane della regione. È anche probabile che molti (forse i più), ancorché militanti dei circoli islamici fondamentalisti, siano in disaccordo con l'attacco terroristico; se non per ragioni morali, semplicemente per ragioni strategiche, ben sapendo che i loro sforzi sono così destinati a finire in fumo.
Chiaramente, qualcosa di molto importante dev'esserci stato dietro la scelta disperata fatta dagli attentatori dell'11 settembre. Che cosa? Se la mia ipotesi è corretta, fonte di questa disperazione sono eventi che hanno il loro centro geografico nell'Islam, in Arabia Saudita, e i cui echi attraversano il mondo islamico. Secondo me, i fattori politici che stanno alla base della strage e dei suicidi dell'11 settembre riguardano l'industria petrolifera e i processi di globalizzazione nella Penisola Araba. Ecco la storia.
A iniziare dal 1998 (dopo il collasso del prezzo del petrolio conseguente alla crisi finanziaria asiatica), la monarchia Saudita decise, per "ragioni strategiche", di globalizzare la propria economia e la propria società, a partire dal settore petrolifero. L'industria petrolifera era stata nazionalizzata nel 1975; agli investitori stranieri era permesso partecipare solo in operazioni "finali", quali la raffinazione. Ma nel settembre 1998, il Principe ereditario Abdullah incontrò a Washington i dirigenti di molte compagnie petrolifere. Secondo Gawdat Bahget, "Il Principe ereditario chiese loro di sottoporre direttamente a lui segnalazioni e proposte relative al ruolo che le loro compagnie potevano avere nell'esplorazione e nello sviluppo dei pozzi di petrolio e di gas vecchi e nuovi" (Bahget, 2001, pag. 5). Queste "segnalazioni e proposte" furono poi sottoposte al Supreme Council for Petroleum and Mineral Affairs agli inizi del 2000 (dopo essere state vagliate dal Principe ereditario) e, dalla metà dello stesso anno, il governo Saudita diede la sua prima cauta risposta, ratificando nuove disposizioni per gli investimenti provenienti dall?estero. In esse si stabiliva che "i periodi di esenzione fiscali sono aboliti a favore di ampie riduzioni nella tassazione sui profitti dovuta dalle società straniere, al fine di avvicinarle ai livelli stabiliti per le compagnie locali. Le società controllate interamente da capitale estero AVRANNO DIRITTO AL POSSESSO DELLA TERRA, [...] (Bahget, 2001, pag. 6) [Si noti: è ovvio che "il diritto al possesso della terra" avrebbe rappresentato un segnale di pericolo per chiunque fosse legato al carattere sacro della Penisola Araba]. Gli esperti mediorientali furono letteralmente spiazzati nel loro sforzo di illuminare la nuova regolamentazione degli investimenti. Qualcuno ne parlò nei termini seguenti: "Incrociate le dita, ma è come se l'Arabia Saudita stesse abbandonando all'incirca settant'anni di politiche restrittive ed anche ostili nei confronti degli investimenti stranieri" (MacKinnon, 2000). Le nuove disposizioni costituivano, effettivamente, una sorta di accordi NAFTA tra monarchia Saudita e compagnie petrolifere americane ed europee. Allo stesso tempo, nel momento in cui le nuove disposizioni legislative furono discusse, un comitato ministeriale annunciò che più di 500 miliardi di dollari di nuovi investimenti sarebbero stati impegnati nel decennio a venire per cambiare l'economia nazionale. 100 miliardi erano già stati promessi dalle compagnie petrolifere straniere.
Nel maggio 2001, il primo passo concreto di questo graduale processo di globalizzazione fu concluso, nel momento in cui Exxon/Mobil e Royal Dutch/Shell Group convinsero altre otto compagnie estere (comprese le americane Conoco e Enron) a impiegare 25 miliardi di dollari in un progetto di sviluppo legato al gas naturale in Arabia Saudita. La stampa finanziaria notò che l'affare non era particolarmente vantaggioso in sé, ma che era "parte di un espediente di lungo termine delle compagnie petrolifere, [che] intendevano, alla fin fine, riconquistare l'accesso al greggio Saudita" (LA Times, 19/5/2001).
Così, dall'estate 2001, la monarchia Saudita trasse il dado e poi legalmente, socialmente ed economicamente attraversò il Rubicone della globalizzazione (facendo gli scongiuri, certamente). Io sostengo che ciò dipese non dal debito saudita (come successe con molti altri paesi che si piegarono ai dettami globalizzanti del FMI), ma dal fatto che, a fronte dell'intensificarsi dell'opposizione, la Monarchia e il suo entourage realizzarono che solo col pieno supporto degli Usa e della UE potevano sperare di preservare il loro ruolo negli anni a venire. In altri termini, a fronte di importanti problemi sociali e di spinte insurrezionali interne alla classe dirigente, le quali non potevano essere sconfitte con un confronto aperto, in quanto anch?esse si rifacevano all'Islam, il governo Saudita sembra decidesse che un traino della propria economia avrebbe contribuito a sconfiggere e a logorare l'opposizione e resa più solida l'alleanza con i capitali americani e europei. La strategia era intesa a ridurre l'alto e crescente tasso di disoccupazione tra i giovani, la sua dipendenza dall?esportazione di petrolio, e l'elevatissima presenza di lavoratori stranieri (nel 1993, erano 4.300.000 su una popolazione totale di 14.600.000; oggi essi sono 6 milioni su un totale di 23 milioni) "rimettendo in moto l'economia". Ciò richiese l'abbandono dei metodi clientelari di controllo sociale, utilizzati in passato dalla Monarchia Saudita per mantenere la pace sociale - quanto fu possibile realizzare sino a non molto tempo fa, grazie alla sua immensa ricchezza petrolifera. La quale non è però inesauribile e infatti declinò su base pro capite - per esempio, il PNL pro capite passò da circa 13 a 8 mila dollari tra il 1983 e il 1993, e da allora è continuato a scendere (Cordesman, 1997, pag. 64). Inevitabilmente, questa iniziativa avrebbe avuto un impatto sulle politiche economiche degli altri governi dei paesi produttori di petrolio della regione, in particolare su quelli aderenti al Gulf Cooperation Council States - Omar, Qatar, UAE, Bahrain e Kuwait.
Se questa strategia si fosse rivelata vincente, avrebbe portato un colpo decisivo all'opposizione Islamica, minando la sua capacità di reclutare adepti che sarebbero stati impiegati negli alti ranghi di una economia e di una società globalizzate, anziché essere spinti alla disperazione dall'impotenza politica e da lunghi periodi di disoccupazione. Ma l'introduzione del possesso da parte straniera della terra e delle risorse naturali, sostenuta da ampi investimenti, e l'assunzione di un maggior numero di cittadini residenti in Europa e Usa, avrebbe indotto mutamenti sociali ancor più rilevanti. Il gioco al gatto e al topo praticato dalla monarchia Saudita nei confronti dei fondamentalisti islamici (rispetto ai quali la dinastia reale non manca di affermare il suo più marcato fondamentalismo) avrebbe avuto termine.
Qualunque fossero le speranze della opposizione islamica interna alle classi dirigenti della Penisola Araba di indurre i governi locali a far sì che le truppe americane se ne andassero e che i profitti petroliferi tornassero a sostenere il motore economico di un rinascente Islam, esse si sono trovate a fronte di una crisi epocale nell'estate 2001. In assenza di un più deciso capovolgimento della situazione, l'opposizione si sarebbe trovata a fronteggiare lo spettro di una guerra civile o della sua stessa estinzione. Alcuni elementi - non posso sapere se essi fossero singoli individui o gruppi - di questa opposizione decisero che solo un'azione spettacolare quale i dirottamenti e la distruzione di migliaia di vite messi in atto l'11 settembre avrebbero potuto invertire la corrente. Forse speravano che il subbuglio e un sufficiente grado d'incertezza conseguenti all'attacco negli Usa avrebbero potuto determinare una ritirata strategica degli Usa dalla Penisola Araba, allo stesso modo in cui gli attentati in Libano del 1983 spinsero gli Usa a togliersi di mezzo. Possiamo domandarci sino a che punto l'avvento dell'amministrazione di George W. Bush abbia accelerato la tempestività dell'attacco, considerato che agli occhi del mondo essa rappresenta un governo certo non disposto a fare concessioni (probabilmente meno dell'amministrazione precedente) rispetto alla rivendicazione del possesso dei minerali presenti nel sottosuolo mediorientale; un governo, dunque, pronto ad infrangere ogni trattato, per permettere a Israele di procedere sulla sua strada in Palestina, etc.
Sulla base di quanto detto, dunque, gli attacchi dell'11 settembre a New York e Washington hanno costituito il "danno collaterale" di una lotta relativa al destino della politica petrolifera nella sua area centrale: la Penisola Araba. Al fine di saggiare questa ipotesi, nelle settimane a venire dovremo considerare ciò che accadrà nell'area, sviluppi che di certo saranno sottratti alla percezione, ben più che il rumore e la furia che saranno diretti contro l'Afganistan.
Guardare indietro attentamente
Gli eventi dell'11 settembre e le loro conseguenze sono state un colpo tremendo contro il movimento antiglobal, perché hanno permesso ai governi di tutto il pianeta di chiudere gli spazi pubblici e di reprimere qualunque dissenso. Al fine di riguadagnare l'iniziativa, dobbiamo comprendere la nostra attuale situazione: il movimento antiglobal è in lotta sia contro le agenzie internazionali della globalizzazione, schierate dietro la bandiera americana, sia contro i governanti fra le quinte del Medioriente, schierati dietro le bandiere islamiche e che puntano su di una migliore world-class affinché tratti con loro e con i loro "successori". Per ricominciare a muoverci, dobbiamo liberarci dallo sguardo rivolto al nostro passato per capire il nostro futuro, in questo contesto.
Ma l'orrore a fronte degli eventi dell'11 settembre ha paralizzato molte menti, come era inteso facesse. Un primo passo per liberarci mentalmente consiste nel porre domande e nell'immaginare una realtà alternativa. Poteva andare diversamente? C'era un'altra possibilità storica che non conducesse alla morte più di seimila persone a New York e a Washington? Spesso ci diciamo che pensare in modo controfattuale è un esercizio vano e, al pari di Orfeo nell'Ade, non dobbiamo guardare indietro, altrimenti comprometteremmo il futuro. Ma se Orfeo avesse rivolto lo sguardo indietro verso Euridice, avrebbe prima salvato lei e poi se stesso.
Ricordiamo la nostra storia. Da Seattle, nel novembre 1999, a Genova, nel luglio 2001, il movimento antiglobal ha indicato con chiarezza, al Primo Mondo, che le agenzie internazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO, G8), che pretendono di trattare i problemi economici e politici dell'umanità, sono illegittime per due ragioni: 1. esse non sono riuscite a risolvere questi problemi (ad es. il debito del Terzo Mondo è drammaticamente aumentato a partire dalla Crisi del debito dei primi anni '80), e 2. non hanno un atteggiamento democratico nei confronti dell'umanità (ad es., il FMI e la Banca Mondiale sono ampiamente controllati dai loro maggiori soci: Usa, Giappone, UE). Il movimento antiglobal sorto a metà anni '80 per resistere contro gli aggiustamenti strutturali nei paesi del Terzo Mondo ha alla fine solcato le strade del Primo.
Il movimento antiglobal ha sfidato le agenzie internazionali in modo non violento, per cambiare il loro operato e per indurre un loro processo di democratizzazione prima che fosse troppo tardi. Chiese loro di guardare attentamente al Terzo Mondo e di compiere un gesto decisivo, ad es., cancellandone l'intero debito. Le dimostrazioni di Seattle del novembre 1999 e quelle che seguirono risultano così importanti se guardiamo indietro, perché esibirono per le strade del Primo Mondo le domande del Terzo. Mostrarono che gli interessi dei poveri e degli spossessati di Asia, Africa e delle Americhe erano presi sul serio in Europa e nel Nord America, tanto che migliaia di persone erano disposti a rischiare di essere arrestate, picchiate e torturate per far giungere questi interessi, così come i loro, entro i recinti del potere.
Come minimo, queste dimostrazioni riuscirono a impedire che le agenzie internazionali causassero ulteriori danni facendo passare altre norme e regolazioni. Ma questo era il problema: sebbene il movimento antiglobal avesse la capacità di bloccare o interrompere i loro meeting, le agenzie internazionali ostacolarono le proposte del movimento. Né una massiccia cancellazione del debito, né più ragionevoli misure commerciali, né un "Piano Marshall per il Terzo Mondo", né l'abolizione della Banca mondiale e del FMI furono varati in risposta alle richieste del movimento (quali che fossero i dibattiti interni ad esso circa l'efficacia di queste richieste). Al contrario, le crisi economiche e politiche causate dalla globalizzazione si sono intensificate negli ultimi due anni, Inoltre, la risposta ufficiale nei riguardi del movimento ha assunto la forma di una violenza repressiva via via crescente. Essa ha raggiunto l'apice a Genova, in luglio, con le pallottole indirizzate a Carlo Giuliani, con la tortura di centinaia di dimostranti e con le botte ricevute da altre migliaia.
Dobbiamo chiederci: cosa sarebbe accaduto se, anziché la repressione vista, a Genova fosse stata decisa la cancellazione del debito del Terzo Mondo?
Le forze che nel 2001 si sono fronteggiate non erano in realtà solo due - il circolo del capitale globale e il movimento antiglobal, costituito da migliaia di contadini, operai, femministe, gruppi ambientalisti e per i diritti umani -, c'era una terza forza: l'esercito fondamentalista islamico, che rappresenta con le armi la domanda politica della borghesia islamica dissidente. Questo gruppo era ed è impegnato in una lotta mortale, ed è connesso con il sistema patriarcale e con la riaffermazione del controllo, da parte della borghesia islamica, delle risorse energetiche della regione, dall'Algeria all'Indonesia, contro le pretese avanzate dalle compagnie transnazionali. Il punto morto inevitabilmente generatosi tra movimento antiglobal e agenzie internazionali lo ha indirizzato verso il vuoto della disperazione, spintovi dalla sua stessa crisi più sopra delineata.
Il movimento antiglobal non deve farsi prendere nella tenaglia costituita dalle potenti bombe di Bush e dalle meno potenti bombe del fondamentalismo islamico, né dev'essere come una sorta di tappeto erboso calpestato nell'impari lotta tra un gigante e un elefante. Al momento, almeno, il nostro movimento è il solo capace di indicare una via d'uscita dalla infernale dialettica tra omicidio e suicidio; una via che le forze del capitale globale e gli attentatori dei massacri dell'11 settembre hanno totalmente rimosso.
Guardare in avanti
Secondo la mia ipotesi, quindi, le migliaia di persone di New York e Washington sono state uccise come pedine nella lotta di potere relativa alle "guerre petrolifere" in corso nel Medioriente; e gli attacchi al World Trade Center e al Pentagono ci hanno ricondotto alla situazione politica dominante nel corso della Guerra fredda; una situazione in cui il movimento antiglobal si deve confrontare con entrambe le parti, poiché nessuna d'esse rappresenta gli interessi operai in alcuna parte del mondo. La misoginia del fondamentalismo islamico - culminato nelle politiche di aperto schiavismo attuate dai Talebani -, il modo autocratico in cui la legge islamica è stata imposta a molti cittadini, l'atrocità delle punizioni imposte a chi l'infrange, il marchio sciovinista islamico imposto a tutti i livelli sociali dagli autoproclamatisi governi fondamentalisti quali quello sudanese e afganistano, parlano chiaro. In questo contesto, è prioritario per il movimento antiglobal avanzare un'alternativa che sia contro la guerra e il patriarcato, e dunque avversa alle mortifere politiche dei fondamentalisti e dei loro avversari, mostrando che siamo in grado di affrontare le questioni che hanno condotto alla situazione presente.
- Controllo delle risorse naturali. Perché Usa e Europa dovrebbero poter reclamare il possesso delle risorse naturali mondiali, quasi che esse appartenessero loro per diritto naturale? Com'è possibile che la popolazione nordamericana e quella europea continuino a ignorare i costi sociali del petrolio che adoperano per far marciare le loro auto, nonché le iniquità economiche e sociali da essi derivanti?
- Palestina: per quante generazioni ancora i Palestinesi dovranno crescere in campi profughi, senza nessuna speranza, accompagnati dalla viva e inestinguibile rabbia per la terribile ingiustizia fatta loro - ingiustizia riaffermata ogni volta che interviene un accordo con Israele, e su quella che era stata la loro terra?
- La politica della Banca mondiale e del FMI. Possiamo permettere che avanzi una globalizzazione che riduce le popolazioni di vaste regioni nella condizione di rifugiati, poveri, migranti? Possiamo permettere esista un mondo in cui la maggioranza delle persone è cacciata dalla sua terra, privata dei mezzi di sussistenza e costretta a migrare attraverso il pianeta, in una sorta di nuova diaspora che richiama la tratta degli schiavi?
È inoltre cruciale che il movimento antiglobal inizi a costruire un legame con il Medioriente - indirizzandovi le domande più urgenti. Se ciò fosse già stato fatto, sarebbe stato molto più difficile per gli attentatori dell'11 settembre considerare tutti gli americani nemici dell'Islam; e per lo stesso motivo sarebbe ora molto più difficile per gli Usa ipotizzare bombardamenti indiscriminati in Nord Africa, Medioriente e Asia occidentale. Costituire un tale legame presenta molte difficoltà, di diverso tipo; ma un primo punto di partenza dev'essere individuato nello stabilire una connessione con le comunità di migranti provenienti dal Medioriente e dall'Asia occidentale e presenti nei nostri paesi. Il punto cruciale è di evitare la situazione prevalente durante la Guerra fredda, quando per metà del secolo il proletariato russo e quelli nordamericano e europeo non ebbero quasi nessun contatto, se non sporadicamente, per mezzo della mediazione dei partiti comunisti, col risultato che, negli anni '80, anche quelli che apparivano i più politicizzati lavoratori dell'Urss - i minatori - poterono essere imbrogliati "dagli esperti" dell'AFL-CIO nell'accettare la privatizzazione, come successe negli ultimi giorni dell'Urss.
La potenza del movimento antiglobal sta nella sua possibilità di dar vita ad una lotta politica, non semplicemente ideologica, della classe operaia mondiale contro i piani del capitalismo globale. Contadini indiani, sindacalisti canadesi, studenti europei hanno camminato, parlato e si sono organizzati, insieme, nei più grandi eventi antiglobal degli ultimi due anni. Quest'unificazione crescente di persone al di là delle barriere di ogni tipo - geografiche, religiose, di genere, politiche - ha sfidato sia i piani dei fondamentalisti islamici, sia quelli del capitale globale.
Gli attacchi suicidi di Washington e New York e la risposta dell'amministrazione Bush sono entrambi, quindi, attacchi al movimento antiglobal, perché intesi a causare crescenti divisioni e disperazione tra la classe operaia planetaria, che sta iniziando a veder prendere forma, articolata in parole e immagini, un'alternativa non violenta, non sciovinista, non razzista, e una realtà non sessista. È decisiva la nostra opposizione alla guerra e alle restrizioni crescenti delle libertà civili; così come decisiva è la libertà di oltrepassare i limiti posti per cancellare la capacità organizzativa del movimento.
(24 Settembre 2001)
Bibliografia
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Cordesman, Anthony H. 1997. Saudi Arabia: Guarding the Desert Kingdom. Boulder, CO: Westview Press.
Fennell, Tom and Snider, Michael 2001. Prisoner of Riyadh. Maclean's, 6/25/2001, Vol. 114, Issue 26.
MacKinnon, Colin 2000. Saudi Arabia: Major Change in Investment Climate. Washington Report on Middle East Affairs, Vol. 19, Issue 6, p. 72-73.
Midnight Notes 2001. Auroras of the Zapatistas: Local and Global Struggles in the Fourth World War. New York: Autonomedia.
Nusse, Andrea 1998. Muslim Palestine: The Ideology of Hamas. Amsterdam: Harwood Academic Publishers.
da: http://slash.autonomedia.org
(tr. di A.Z.)
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