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Il Pakistan, un "cocktail-molotov" prossimo a esplodere
Ovvero: della fragilità del Pakistan e dell'inevitabile successo locale dell'"islamismo politico radicale".

Una instabilità politica cronica


Fin dal 14 agosto 1947 anno della sua creazione, il Pakistan termine che significa lo "Stato dei Puri" (Puri ovviamente dal punto di vista religioso-musulmano) si è trovato a dibattersi nella drammatica (e vana) ricerca di un equilibrio politico stabile, che già nei mesi precedenti all'11 settembre 2001 l'aveva condotto in una condizione particolarmente grave definita come un "divorzio tra popolazione e istituzioni politiche".
Una situazione essenzialmente dovuta a tre cause principali:
1) per ragioni diverse nessun governo giunto al potere è riuscito a promuovere e a varare dei sistemi o anche solo dei segmenti di riforma sociale. Risultato: un pakistano su tre vive al di sotto di una soglia di povertà, già di per sé calcolata a livello molto basso.
2) L'intero ceto politico pakistano: dalla famiglia Bhutto (Zulfikar Alì, impiccato nel 1977 dopo un golpe militare, la figlia Benazir e il marito Asif Ali Zardari, oggi in esilio a Londra, i fratelli Murtaza e Shahnawaz) fino al generale Zia ul-Haq (esploso in volo con il suo aereo nel 1988) per arrivare all'ultimo primo ministro democraticamente eletto Nawaz Sharif, insieme a numerose altre figure-chiave dell'amministrazione e del corpo istituzionale, hanno costantemente dato uno spettacolo degradante e corrotto di sé: polemiche sterili quanto interminabili, brutalità poliziesche, legge sulla blasfemia, prevaricazioni quotidiane, malgoverno e corruzione ad ogni livello amministrativo e decisionale, determinando una sempre maggiore corrosione della cosa pubblica e degli ideali nazionali.
Tra tutti gli attori in campo, solo l'esercito è riuscito a rimanere indenne e estraneo al discredito generalizzato delle istituzioni statali.
3) Intere regioni del Pakistan tendono a "allontanarsi dal centro" in un processo di autonomizzazione che è già effettivo per le zone frontaliere, nelle quali i capi dei clan e delle tribù (i mallik per i pathani e i sardan per i beluci) sono liberi di proseguire nella più grande impunità la cultura dell'oppio, il narco-traffico e il contrabbando di merci e armi (in primo luogo verso l'Afghanistan). Questo fenomeno minaccia di estendersi alle regioni "economicamente motrici" del paese, quali sono il Sind e il Pendjab, che il potere corteggia con attitudini molto ambigue, dando talvolta l'impressione d'incoraggiarne le spinte autonomistiche, sembrando considerare ormai "perse" le suddette regioni frontaliere.
Alla fine di questo intervento torneremon su questo concetto divorzio, tra popolazione e istanze della rappresentanza politica poiché è a partire da questa "finestra" che sono riuscite a trovare un'odiens e ad inserirsi con un irresistibile processo dal basso, inizialmente perfino benvisto dall'esercito, le organizzazioni dell'islamismo politico radicale.

Un elevatissimo grado di violenza


1) La violenza è ormai da decenni la protagonista incontrastata della vita quotidiana del Pakistan, tenuto conto del fatto che il possesso di un'arma da fuoco rappresenta una norma sociologica completamente accettata dalle varie etnie del paese, che si oppongono in modo compatto e omogeneo a qualsivoglia funzione regolatrice dello stato sull'argomento. In questo contesto, la più banale questione tra individui tende a venire risolta a colpi di kalashnikof e tenuto conto dell'importanza e della pesantezza delle strutture sociali, familiari, claniche e tribali, essa tende rapidamente ad assumere la forma della rappresaglia collettiva e a coinvolger villaggi quando non addirittura intere regioni. In ogni caso, all'inizio degli anni '90 la violenza tenderà a focalizzarsi su Karachi (cioè sulla capitale economica) che diviene teatro di quotidiani disordini, anche a carattere interconfessionale (cioè scontri tra sciiti e sunniti) che trasformeranno questa città in una tra le più insicure del globo intero, con una media di 6-7 vittime al giorno, con picchi di addirittura 15-20! Verso la metà degli anni '90 si assiste a una ulteriore recrudescenza della criminalità e il 1995 si chiude con un bilancio di 200 poliziotti uccisi e 2.000 vittime tra civili e attivisti politico-religiosi. La gravità della situazione giungerà a ipotecare lo sviluppo economico del Pakistan, soprattutto se si pensa che il distretto industriale di Korangi (appunto a Karachi) concentra da solo il 40% del potenziale industriale del paese e assicura il 17% delle esportazioni del Pakistan. Accade pertanto che l'insicurezza si trasferisca in un rallentamento delle attività produttive: filiere industriali e macchinari funzionanti al 30-35% del loro potenziale; maggiore rischio di crisi di liquidità e, dulcis in fundo difficoltà sempre maggiori nell'attirare capitali esteri e nel garantire la redditività di quelli già precedentemente investiti.

2) Come se tutto questo non bastasse, l'autorevolezza della sovranità dello stato pakistano si é andata nel tempo affievolendo, arrivando perfino a mancare completamente in alcune province del paese, come nella Federaly Administred Tribal Areas (FATA, la cosidetta "zona tribale", cioè controllata dalle tribù), oppue nella North West Frontier Province (NWFP, cioè la provincia della Frontiera del Nord-Ovest o infine nel Belucistan. Queste tre province riunite rappresentano tutto il territorio a ridosso del confine pakistano-afghano e sono ormai sfuggite al controllo dell'amministrazione statale. In effetti è la stessa autonomia prevista dallo statuto federale d'Islamabad che tende a "rilasciare" queste province incoraggiando in esse ogni tipo di traffico (in primis e soprattutto quello di armi e droga) trasformandole in una specie di "zona franca" e in area di transito usata da varie organizzazioni terroristiche. Sembra ad esempio che qui abbiano trovato asilo per un certo periodo gli ideatori dell'attentato del 1993 al World Trade Center di New York, fatto che insieme all'inefficacia della repressione del traffico di droga, costituivano nel 1997 (dei taliban ancora non ci si lamentava) i maggiori rimproveri di Washington nei confronti di Islamabad. Questa evoluzione autonomistica ha determinato l'ascesa di potenti reti mafiose locali e ha danneggiato gravemente l'immagine internazionale del Pakistan. Tutti i tentativi delle autorità federali di reagire anche militarmente a questa situazione, hanno provocato reazioni pari a quelle caratteristiche di una guerra civile (vedi incidenti nel Makaland).

Una bomba demografica


Con una popolazione stimata nel 2000 in circa 150 milioni di persone, cioè raddoppiata dal 1975 (anno in cui erano 74,9 milioni) e con ogni probabilità stimabile, grazie all'elevatissimo tasso di crescita a 218 milioni nel 2020, il Pakistan costituisce una vera e propria "bomba demografica" con un assetto demografico gravido di conseguenze profonde, delle quali passiamo sommariamente in rassegna soltanto le principali.

1) Anzitutto l'aumento della popolazione farà aumentare decisamente la già notevolissima incidenza della quota giovanile sul totale della popolazione stessa, fatto che indurrà verso le casse statali un fabbisogno e un carico economico del peso straordinario. Già oggi un pakistano su due ha meno di 18 anni e nel 2010 oltre tre persone su cinque avranno meno di 25 anni.
2) La mancanza quasi totale di un sistema formativo, ha generalizzato non solo la massificazione del sottoimpiego, ma soprattutto quella del lavoro nero e dello sfruttamento minorile, diremmo inoltre e più foucaultianamente che ha contribuito ad allentare gli scrupoli morali ed etici nel favorire una maggiore disponibilità individuale per qualunque tipo di affare e di traffico, ivi compreso quello di organi. Oggi solo un adulto su tre è in grado di leggere e scrivere (in altri termini il 63% della popolazione è analfabeta) con una ratio ben più elevata per ciò che concerne la popolazione femminile, che come è noto in ottemperanza ad una certa interpretazione della sharia coranica non può godere di questo diritto e d'altra parte "non ne ha neppure bisogno". (sic!) Da parte sua il sistema produttivo avrebbe e avrà un bisogno vitale di mano d'opera specializzata, che nella sua fascia più alta e "direttiva" considera più conveniente emigrare in Europa o negli Stati Uniti.

3) L'ampliamento straordinariamente consistente della popolazione attiva, cioè di coloro che entreranno nella fase produttiva della loro vita (calcolabile tra il 1965 e fino al 2000 al vertiginoso tasso del 3,2% annuo) determinerà in futuro una fortissima pressione sociale che dovrà necessariamente confrontarsi con le aspettattive, le speranze di miglioramento e i bisogni sociali che questo passaggio nella vita individuale di ciascuno determina. Il tasso sopra riportato è tra i più alti del mondo, benché ovviamente in esso per le ragioni già spiegate, l'incidenza femminile sia assai debole o meglio trascurabile. Si prevede che nei quindici anni a venire i disoccupati raddoppieranno e le condizioni di vita dei pakistani non potranno che degradarsi gravemente, mentre l'urbanizzazione che negli ultimi decenni ha progredito con un ritmo galoppante, dovrebbe raddoppiare la popolazione urbana entro il prossimo decennio, dimezzando ovviamente quella rurale. Tutto questo per dire che gli equilibri interni del Pakistan dipenderanno fortemente dall'incrociarsi di questa domanda sociale alle esigue risorse del paese e al fortissimo indebitamento di esso nei confronti di un ampia palette di paesi (a cominciare dagli Stati Uniti) e degli organismi internazionali (il Fondo Monetario Internazionale). I segnali di una fragilizzazione economico-politica dello stato pakistano sono numerosi: svalutazione della rupia del 17% nel 1996; disavanzi di bilancio costantemente oltre le previsioni negli ultimi cinque anni; assoluta inefficacia del sistema fiscale (un effetto dell'applicazione della sharia); profonde ineguaglianze sociali. Tutto conduce alla mancanza di una prospettiva futura nel medio termine. La situazione è aggravata anche dalla particolare situazione geografica e geopolitica del Pakistan, paese particolarmente penalizzato dalle distanze notevoli che lo separano dai grandi mercati e dai grandi partner internazionali, (Karachi sull'oceano Indiano è l'unico porto importante), cui si assommano l'ostilità aperta dei paesi confinanti (come India e Iran) e l'incerto futuro dell'Afghanistan dei taliban. Tutti fattori che non permettono d'immaginare per il Pakistan una prospettiva futura.

L'islamismo politico radicale e il Pakistan


É in un contesto come quello più sopra descritto che i legami sociali si sono andati fragilizzando da ogni punto di vista. I pakistani pur di assicurarsi l'esistenza hanno reagito con un sempre maggiore ricorso all'informale e all'illegale, attività che ormai rappresentano una componente non più episodica, ma durevole e duratura del sistema economico del paese. Secondo alcuni specialisti il continuo aumento degli effettivi delle forze armate (600.000 uomini nel 1998) e delle forze dell'ordine, la "genesi e l'invenzione" dei taliban afghani, il "miraggio" del gasdotto con il Turkmenistan, altro non sarebbero che tentativi dei vari governi d'Islamabad di allentare la pressione economica e demografica. É una spiegazione plausibile ma insufficiente, perché non assume nella sua interezza quella formidabile realtà rappresentata dall'essor dell'islamismo politico radicale, quello cioè di una interpretazione ideologica e militante della religione musulmana. Prendiamo come punto di partenza la tematica con cui esordiva questo intervento, quella cioè della divaricazione e del divorzio tra settori sempre più ampi della popolazione (a cominciare dai giovani, dai disoccupati e dai lavoratori senza diritti) dalle istituzioni, cioé dal sistema politico in essere e fissiamolo come "segnale" della precoce sedimentazione di un sentimento collettivo fondato sulla perdita di fiducia nello stato e nel suo ruolo. A questo punto riassumiamo.
Nel Pakistan troviamo concentrate da almeno un decennio tutte le condizioni favorevoli proprio all'affermazione dell'islamismo politico radicale:
1) una povertà di massa che non è stata mai concretamente
affrontata con una seria riforma economica nell'intera storia del paese;
2) una pressione demografica straordinaria con rari paragoni a livello mondiale che incrementa una disoccupazione rampante;
3) la mancanza totale di ammortizzatori sociali con i quali limitare l'ampiezza dei due fenomeni sopra descritti;
4) una sovranità territoriale limitata che esclude "zone grigie" poste fuori dal controllo del potere costituito, realtà che rimanda sul piano interno alla latitanza delle stesse istituzioni statali quando si tratta di garantire un assistenza di base (economica o sanitaria) alla massa di cittadini più poveri e indigenti.
Costoro possono contare unicamente, sulle magre e discrezionali donazioni previste dall'applicazione della sharia, nelle forme della ushr o della zakat (cioè l'elemosina rituale, uno dei "cinque pilastri della fede"). Quest'ultimo aspetto ha stimolato la convinzione che la umma (cioè la comunità dei credenti, che per definizione é transnazionale) riesca a esprimere una solidarietà che interviene laddove lo stato risulta invece assente. Si tratta del prerequisito di una successiva e precisa scelta di campo: stato e idea nazionale da un lato, comunità dei credenti dall'altro. È esattamente questa la "lama di rasoio" che in questi giorni il Pakistan sta attraversando e non è detto che la prima scelta, quella dell'esercito e dell'élite prevalga?
Infine il quadro si completa con la diffusa realtà di prevaricazione e di violenza armata, con la percezione dominante nella maggioranza del popolo che vede nel governo e negli esponenti politici gli agenti principali della corruzione e che avendo studiato nelle prestigiose facoltà londinesi e statunitensi (cioé occidentali) non possono che averne assorbito le caratteristiche, divenendo campioni di ruberie e malgoverno. Da qui all'anti-occentalismo il passo è breve. Comunque sia, ci sembra di avere evidenziato quei "punti sensibili" che l'islamismo politico radicale ha sfruttato come vettori di sviluppo: l'attività strada per strada, casa per casa, famiglia per famiglia delle sue strutture caritative che intervenivano laddove più ce n'era bisogno, una pratica già attuata da decenni e con grande successo dai Fratelli Musulmani (al-Ikhwan al-Muslimun) sia dell'originaria branca egiziana che di quella irakena o giordana, riuscendo così a ritagliarsi settori di consenso sempre più ampi.
Concludendo, la chiave della questione sembra riposare sul fatto che anche per il caso pakistano come per gli altri: le moschee si sono andate riempiendo quando e dove esse si sono evolute in "luoghi di mobilitazione contro uno stato percepito come particolarista, repressivo, clientelare e ingiusto!"

(Biblio: I. H. Malik, State and Civil Society in Pakistan. Politics of Authority, Ideology and Etnicity, Macmillan Press, London, 1997).
Giampaolo Capisani04-10-2001
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