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Il termine taliban (o taleb) significa studente di religione. Dalla fine dell'estate del 1994 però questo termine è andato a designare una nuova forza politico-militare che ha profondamente trasformato lo scenario afghano, i cui principali attori non erano granché cambiati dall'inizio degli anni 80.
Il nuovo protagonista della storia afghana è nato e si è formato nella rete delle madrasa (si può scrivere madrassa o medresa, ma il significato è sempre lo stesso: una scuola coranica di studi teologici) situate al di qua e al di là della frontiera afghano-pakistana. Il movimento si ricollega a una tendenza tradizionalista e conservatrice dell'Islam, che ha saputo imporsi nel territorio afghano, anche grazie a ragioni storiche e antropologiche; parzialmente influenzata dal sufismo questa tendenza venne duramente osteggiata, anzitutto sul piano teorico prima che su quello militare, dalle formazioni considerate "moderniste" come l'Hezb-i-Islami (Partito islamico) di Hekmatyar o la Jamaat-i-Islami (Associazione islamica) di Rabbani e Massud. L'essenziale di queste madrasa era preesistente all'occupazione sovietica del 1979, ma negli anni 80 questa rete venne fortemente potenziata per numero, con ingenti fondi provenienti dall'Arabia Saudita, paese che dopo il 1991 (cioè dopo la dissoluzione dell'URSS) adottò la medesima iniziativa (quella di finanziare la costruzione di moschee e madrasa) anche per le repubbliche ex-sovietiche dell'Asia centrale, nel tentativo di: a) favorire la re-islamizzazione dal basso di quelle popolazioni; b) influenzare quel senso religioso con la propria interpretazione dell'Islam, cioè il rigorismo wahhabita. Nel corso della Jihad dei mudjahiddins contro i sovietici e contro il Presidente Najibullah (1979-1992) queste madrasa e il loro corpo docente e studentesco (i taliban appunto) costituirono importanti focolai di opposizione.
Precisiamo però meglio due caratteristiche:
1) queste madrasa erano e sono per lo più insediate nelle aree rurali dell'Afghanistan e del Pakistan, da cui si evidenzia il carattere non-urbano del fenomeno taliban.
2) Esse sono frequentate e generalmente espressione di una stessa etnia che venne artificialmente divisa dal colonialismo con la cosidetta "linea Durand" (1893) e chiamata con nomi leggermente diversi: i pashto o pashtun in Afghanistan (stimati nel 1998 in 7 milioni) e i pathani in Pakistan (12 milioni) che, vale la pena di ripeterlo sono la stessa etnia, con una medesima lingua, background culturale e relativi codici d'onore, tra cui quello del dovere dell'ospitalità. La storia afghana è anche la storia dell'egemonia pashtun sulle altre etnie del paese. Molti ulema (si può trovare anche ulama, olama, maulama, cioè i dotti religiosi) con i propri taliban presero parte spontaneamente alla Jihad contro i sovietici, unendosi (ma sempre a titolopersonale) a uno dei movimenti più rappresentativi dei mudjahiddins di etnia pashtun: l'Harakat-e Enqelab-e Islami (Movimento della rivoluzione islamica) di Nabi Mohammedi. Dopo avere combattuto l'Armata Rossa (ritiratasi nel 1989) e avere fatto crollare il regime di Najibullah (27 aprile 1992) la maggior parte degli ulema e dei taliban rientrarono nelle madrasa per tornare alle normali attività di studio e di preghiera. Il periodo successivo chiamato della guerra inter-afghana (1992-1996) si caratterizza per una dura guerra civile tra diverse e opposte fazioni, che godono di finanziatori esterni ma che già a quel tempo risultano fortemente (ma non completamente e con numerose eccezioni) polarizzate dal punto di vista etnico: gli azara (etnia prevalentemente musulmana sciita) del Wadhat di Ali Mazeri, appoggiati dall'Iran; gli uzbeki del Jumbish di Rashid Dostom, appoggiati dall'Uzbekistan; i tagiki nel Jamaat-i-Islami di Rabbani e Massud più o meno spalleggiati dagli esuli della guerra civile in Tagikistan e in misura minore dal persianofono Iran; i pashtun dal canto loro aderirono all'Harakat di Nabi Mohammedi, all'Ittihad di Rasul Sayyaf, appoggiati dall'Arabia Saudita, ma per la maggior parte essi confluiranno nell'Hezb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Quest'ultima formazione sarà sostenuta e finanziata dal Pakistan con l'assietenza degli Stati Uniti e sarà infatti proprio all'Hezb-i-Islami di Hekmatyar che verranno consegnati quel centinaio di micidiali missili terra-aria Stinger che la CIA cercherà disperatamente di recuperare negli anni successivi e che verranno invece rivenduti a dei gruppi terroristi. L'insediarsi di una guerra civile sanguinosa almeno quanto quella del periodo dell'occupazione sovietica, l'incapacità d'instaurare una pace durevole nel paese, il clima di pesanti esazioni instaurato da comandanti locali e da mudjahiddins sbandati e delegittimati, incitarono i taliban in alcune rare occasioni che risalgono al 1993, a implicarsi in alcuni vessazioni particolarmente ingiuste e impopolari.
Nella sua attuale configurazione il movimento taliban appare nel 1994 dietro l'impulso del mullah Mohammad Omar, la cui leggenda vuole che abbia deciso d'impegnarsi in prima persona per pacificare l'Afghanistan e mettere fine alle lotte fratricide che devastavano il paese, in seguito ad un sogno premonitore. I taliban si presentano originariamente come un movimento-espressione dell'etnia pashtun, più precisamente di uno dei due clan di suddetta etnia i durrani, che in seguito riuscirono a allargare la propria base di reclutamento anche all'altro clan pashtun quello dei ghilzay. I primi successi talvolta ottenuti senza combattere in nome della pace e della fratellanza islamica e le prime conquiste territoriali valsero ai taliban l'adesione, tutto sommato scarsa, anche di componenti di altre etnie, ma non al punto di determinarne una reale multietnicità e descrivendo così una sostanziale continuità storica con il passato afghano: lo ripetiamo perché è un punto-chiave la storia afghana è la storia dell'egemonia pashtun sulle altre etnie del paese. Dal punto di vista religioso si tratta di un movimento sunnita che si richiama alla scuola deobandi (dal nome di una celebre facoltà di teologia situata neli pressi di New Dehli) che in Pakistan ha una grande influenza e che si è dato una proiezione politica con il Jamaat Ulema-i Islami (JUI) diretto dal maulana Fazul Rahman.
Questa particolare interpretazione dell'Islam si caratterizza per la visione arcaica e puritana che veicola: segregazione delle donne, restrizioni in campo educativo e culturale e una lunga sequenza di atti o cose proibite: la televisione, il calcio, gli aquiloni, la cravatta? Gli obiettivi iniziali dei taliban erano: 1) il ristabilimento della pace in Afghanistan; 2) l'instaurazione nel paese di un "governo dei buoni musulmani"; 3) l'adozione della sharia. Questo programma, teoricamente trasversale rispetto alle divisioni etniche era, almeno per ciò che riguarda il primo punto, ampiamente condivisibile da tutta la popolazione, stremata da 15 anni di guerra e si realizza con una prima tappa iniziale consistente nel disarmare i "signori della guerra" e proibire la cultura dell'oppio: con la persuasione o, se necessario con la forza. L'azione di pacificazione dei taliban incalza rapidamente dal sud dell'Afghanistan: i bombardamenti cessano, i comandanti locali smobilitano, i blocchi stradali vengono rimossi e il racket e le esazioni hanno fine. L'affermazione dei taliban in quella parte del paese, produrrà degli effetti benefici indotti dalla loro azione: il ritorno alla stabilità, una migliore circolazione delle merci e il conseguente abbassamento dei prezzi; questo varrà ai taliban un'immensa popolarità che insieme alla reputazione d'integrità morale ne determineranno il mito d'invincibilità (in ragione della rapidità dei loro iniziali successi).
La popolarità dei taliban tra la popolazione afghana è tuttavia venuta meno nella tappa successiva, quella della gestione e dell'amministrazione del potere. Inoltre il consenso è venuto drammaticamente a mancare anche sul piano internazionale per tre motivi: 1) gli aspetti oscurantisti imposti nella vita quotidiana (che hanno gonfiato i campi profughi oltreconfine); 2) una religioneimposta con la forza o per decreto, (un comportamento che secondo gli ayatollah iraniani ha gravemente nuociuto a tutto l'Islam); 3) la riprovazione per l'assunzione a proprio vantaggio e per l'estensione della cultura dell'oppio: secondo il PNUCID il relativo organismo dell'ONU che si occupa di questo, la produzione afghana di oppio sarebbe aumentata dalle 2.400 t nel 1995, alle 3.000 nel 1996, alle 4.000 nel 1997, fino alle 4.600 nel 1999) facendo dell'Afghanistan il primo produttore mondiale di oppio, davanti alla Birmania.
I taliban malgrado un immagine di pretesa omogeneità e unità e pur condividendo una comune visione di un islam rigorista e arcaico, comportano diverse divisioni, ma essenzialmente si ripartiscono in due principali raggruppamenti: da un lato i "pro-pakistani" violentemente anti-sciiti, cioè anti-iraniani e i "nazionalisti" che si oppongono alla predominanza pakistana e che accettano l'aiuto d'Islamabad solo per pragmatismo. A quest'ultima corrente si ricollegherebbe anche l'attuale leader e guida del movimento il mullah Omar.
La prima azione organizzata dai taliban risale all'estate del 1994 e consiste nella "liberazione" di un convoglio di camion sulla strada per Kandahar, sequestrati da un comandante locale che pretendeva un pagamento per il loro passaggio; in meno di due mesi il movimento conquistava circa un terzo del paese (cioè 12 province su 29), simultaneamente i suoi effettivi passavano dai 2.000 uomini nell'autunno 1994, ai circa 25.000 dell'inizio del 1995, data in cui il movimento disponeva anche di armi pesanti, di blindati e perfino di una dozzina di aerei da combattimento. Lo spettacolare aumento del potenziale umano e bellico dei taliban è da ricondurre all'importanza dei mezzi finanziari dei quali il movimento disponeva e pertanto esclude uno sviluppo spontaneo del fenomeno. È certamente vero che l'adesione al movimento dei comandanti locali è avvenuto, è proprio il caso di dirlo "armi e bagagli", cioè apportandovi il proprio arsenale ed è altrettanto vero che gruppi di bazaris (commercianti dei bazar) di alcune grandi città, hanno fatto delle collette per sostenerli desiderosi di un rapido ritorno alla stabilità, il narcotraffico inoltre in questa prima fase non era ancora così sviluppato; in realtà i dei-ex-machina stranieri dei taliban sono stati in primo luogo il Pakistan, con mezzi forniti dagli Stati Uniti. Non esistono ormai dubbi e anzi esistono le prove, che Islamabad (a quel tempo il primo ministro era Benazir Bhutto) abbia armato e inquadrato il nocciolo duro e trainante dei taliban; la figura-chiave di tutta la vicenda è quella del ministro pakistano dell'interno (e quindi responsabile dell'Inter Service Intelligence-ISI) Nasrullah Babar, del quale si conoscono gli stretti legami con il Jamaat Ulema-i Islami (JUI) e le grandi ambizioni nei confronti dell'Asia centrale ex-sovietica. La decisione di scaricare il precedente alleato l'Hezb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar e di scegliere i taliban, sarebbe stata presa da Islamabad (con il placet evidente di Washington) in ragione di un immagine ormai deteriorata in Occidente di Hekmatyar per le sue implicazioni nel traffico di droga e nel terrorismo islamico. Nello stesso tempo il Pakistan operava una fortissima "offensiva di charme" su tutte le formazioni moderate pashtun, sulle quali venivano operate fortissime pressioni per convincerle o obbligarle ad aderire ai taliban. Ma sia la stampa internazionale che quella pakistana, hanno in passato indicato anche altri padrini dei taliban tra cui l'Arabia Saudita e inizialmente anche la Gran Bretagna (parte che l'Alto Commissario Britannico a Islamabad abbia concluso diversi contratti con i taliban).
A partire dall'estate 1994 e dopo circa un anno d'irresistibile successo espansivo che ha annichilito diverse altre fazioni tra cui il Wadhat di Ali Mazeri, che catturato dai taliban venne assassinato in circostanze misteriose causando l'ira di Teheran, nella primavera-estate del 1995 i taliban accusano una fase d'inatteso quanto marcato riflusso, dovuta allo scacco militare rappresentato dalla mancata conquista di Herat e della capitale (la cosidetta sesta battaglia di Kabul). A questo punto i taliban ridimensionati allo stato di una tra le tante fazioni del "gioco afghano", decimati dalle gravi perdite subite, mentre le forze governative di Rabbani-Massud con una grande offensiva si avvicinano pericolosamente alla loro "capitale" Kandahar, sembrano non essere stati null'altro che un epifenomeno fugace e passeggero, una delle tante comete politico-militari del dramma di quella che Marx chiamava la "Polonia dell'Oriente", cioè l'Afghanistan. Tra la fine dell'estate e nell'ottobre successivo si assiste però ad una loro spettacolare resurrezione, essenzialmente dovuta dall'intervento del Pakistan, cioè degli Stati Uniti. I taliban, cui si erano affiancati volontari del Jamaat Ulema-i Islami (JUI) e più discretamente reparti delle forze speciali anch'esse pakistane (essenzialmente di etnia pathan) conquistano dopo aspri combattimenti Herat, terza città del paese. Nel momento in cui si scatena l'offensiva contro Herat i potenti trafficanti mafiosi della regione di Quetta-Chaman decidono di "sovvenzionare" i taliban per un importo pari a 150.000 dollari al giorno. Dopo avere riguadagnato il terreno perduto arrivano nell'ottobre 1995 a minacciare Kabul (la settima battaglia) ma riusciranno ad impadronirsene solo l'anno successivo: il 27 settembre 1996. Nell'ottobre 1997 viene proclamato l'Emirato Islamico d'Afghanistan mentre al nord i combattimenti seguono il ciclo delle stagioni: si fermano in inverno per riprendere in primavera; la segregazione delle donne si accentua cosiccome l'ostilità verso le ONG e verso l'ONU, (Emma Bonino viene detenuta per alcune ore a Kabul il 29 settembre 1997). Aumenta l'esasperazione della popolazione urbana e il conseguente aumento dei profughi, come aumenta vertiginosamente la produzione di oppio (che il povero Arlacchi voleva trattare in cambio di una maggiore libertà della popolazione, sic!).
Finalmente il 10 agosto 1998 i taliban conquistano Mazar-i Sharif, l'ultima grande città in mano all'opposizione, che ormai si riduce a Massud e ai suoi tagiki della vallata del Panshir nell'estremo nord-est del paese. Un assalto all'ambasciata iraniana di Mazar-i Sharif causa 11 vittime tutte con passaporto diplomatico, l'Iran indignato ammasserà artiglierie e circa 200.000 soldati al confine afghano, ma solo dieci giorni dopo questo episodio diversi missili degli Stati Uniti colpiscono il suolo afghano e il presunto rifugio di Osama Ben Laden, "ospite" dei taliban dal maggio 1996 e ritenuto l'ideatore degli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar Es Salam (7 agosto 1998).
Tra la conquista di Kabul e i Tomahawk americani trascorrono cronologicamente solo due anni, ma politicamente si tratta di un abisso! É vero che gli Stati Uniti hanno espresso in varie occasioni il loro "rammarico" per la situazione in Afghanistan e spedito Madeleine Albright a Islamabad alla fine del 1997 per esprimere la sua "ferma condanna" nei confronti del regime taliban, ma si è trattato di ben poca cosa rispetto alle massiccie campagne sui diritti umani condotte contro la Cina per il Tibet o contro la Russia per la Cecenia?si pensi solamente che al G8 di Genova questo era il primo punto dell'incontro Bush-Putin! Ancora nell'aprile 1998 una delegazione americana presieduta da Bill Richardson (Ambasciatore degli Stati Uniti all'ONU) si rendeva in Afghanistan nel tentativo di migliorare i rapporti con quel paese. Come spiegare e spiegarsi tanta condiscenza e comprensione? Solo con interessi più importanti! L'ipotesi ancora oggi più plausibile alla quale è riconducibile la nascita e l'ascesa dei taliban è che il progetto di pacificazione dell'Afghanistan fosse il preliminare indispensabile per creare le condizioni della realizzazione di un gasdotto che dal Turkmenistan (grande produttore di gas naturale) attraversasse l'Afghanistan, per raggiungere il porto pakistano di Karachi. Il progetto presentava costi maggiori rispetto ai progetti di gasdotto iraniano e turco, ma evidenziava per Washington diversi vantaggi:
1) "staccare" una ex-repubblica sovietica asiatica e il suo potenziale d'idrocarburi dall'influenza di Mosca, indebolendola;
2) mantenere "per via talibana" una certa pressione sul confine meridionale dello spazio ex-sovietico cioè sui confini di Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan;
3) potenziare gli atout energetici di Karachi, cioè di un paese alleato come il Pakistan;
4) garantire commesse e interessi a società petrolifere o parapetrolifere statunitensi.
E infatti il progetto venne affidato alla californiana Unocal che vi imbastì sopra un consorzio con grande soddisfazione della lobby petrolifera americana. Rimasero sole, anzi i media cercarono di ridicolizzare le femministe americane che cercarono di organizzare il boicottaggio della Unocal, in solidarietà alle donne afghane. Beh, è risaputo dove arriva il mercato, presto o tardi arriva anche la democrazia, come dicevano Ralph Dahrendorf e Francis Fukuyama .
Ahmed Rashid, "Pakistan and the Taliban", in William Maley (editor), Fundamentalism Reborn? Afghanistan andthe Taliban, Hurst & Company, London, 1998.
Oliver Roy, "Avec le talibans, la charia plus le gazoduc", in Le Monde Diplomatique, n° 512, novembre 1996.
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