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Di Mike Davis. Primi in Italia traduciamo questo stupendo articolo sui problemi che stanno dietro alle prossime elezioni in California e all'annunciata vittoria di Schwarzenegger.
Pubblicato il 3 settembre 2003 su tomdispatch.com.
Tutti i candidati che partecipano alla dark comedy delle elezioni anticipate californiane dovrebbe venire obbligati a rispondere alla domanda: «Che ne sarà di Duroville?».
«Duroville» è la California che i visitatori non vedono mai e che i dotti esperti ignorano, quando discutono del futuro della sesta più grande economia del mondo. Ufficialmente, questa cadente comunità di quattromila persone nel deserto della Coachella Valley non esiste neppure. È una baraccopoli, che ricorda gli accampamenti di immigrati dell’Oklahoma di cui racconta Steinbeck in Furore e che è stata costruita da braccianti altrimenti senza tetto su terreni di proprietà di Harvey Duro, un membro della nazione indiana Cahuilla.
La Coachella Valley è il prototipo del futuro (Beverly Hills accanto a Tijuana) che i conservatori californiani sembrano sognare di potere realizzare ovunque. Il lato occidentale della valle, da Palm Springs a La Quinta, è un paradiso climatizzato di gated communities e campi di golf a diciotto buche. Il residente tipico è un maschio bianco pensionato di 65 anni a bordo del suo veicolo da golf. È uno zelante elettore contrario alle tasse, alla politica delle pari opportunità e ai servizi sociali per gli immigrati che lavorano al suo servizio.
Il lato orientale della valle, da Indio a Mecca, è dove vivono le cameriere, i pulitori di piscine e i braccianti. Lì si trova una montagna artificiale di 500.000 tonnellate di melma (liquami solidi) trasportata a camionate da Los Angeles, senza neanche un pugno d’erba. A Duroville lo specchio d’acqua più grande è la laguna dei liquami e il locale campo da gioco è una discarica contaminata dalla diossina. Il residente tipico ha diciotto anni, parla spagnolo o una lingua mixteca [preatzeca] e lavora tutto il giorno nella calura da altoforno del deserto.
Lordume, sfruttamento e negazione dei diritti di cittadinanza non sono anomalie solamente delle valli agricole e delle «fabbriche dei campi» californiane. Esistono anche Duroville urbane, come il quartiere di abitazioni cresciuto in maniera disordinata a pochi isolati di distanza dal centro di Los Angeles. Sulla costa dorata a Nord di San Diego, circa diecimila lavoratori a giornata e dei servizi dormono alla bene e meglio nei canyon selvaggi dietro le schiere di abitazioni tutte uguali da 800.000 dollari. In tutto lo stato, centinaia di migliaia di lavoratori immigrati vivono in garage convertiti in abitazioni illegali, roulotte derelitte e persino dentro a pollai.
La disuguaglianza economica è cresciuta enormemente nell’ultima generazione, in modo particolare nella parte meridionale dello stato. Nell’area di Los Angeles, per esempio, il venti percento meglio retribuito della forza lavoro guadagna in media venticinque volte più del venti percento peggio retribuito. Analogamente, un terzo dei residenti di Los Angeles sono privi di assicurazione medica e devono affidarsi ai pochi, sovraffollati ospedali pubblici, dove i dottori hanno rilasciato agghiaccianti dichiarazioni sul numero crescente di morti evitabili causate dalla mancanza di personale e di letti.
Questa California da Terzo Mondo, di cui Duroville è l’amaro simbolo, non è un frutto del caso. La famosa rivolta fiscale degli anni Settanta era politica razziale sotto forma di populismo fiscale. A mano a mano che cresceva sempre più la popolazione di origine latinoamericana, gli elettori bianchi, montati da demagoghi di destra, hanno tolto il sostegno politico al settore pubblico. La California è diventata uno stato con cattive scuole, quando è diventato anche uno stato con bassi salari. Le classi sovraffollate e i giardinetti pericolosi sono parti dello stesso circolo vizioso in cui rientrano anche i lavori senza tutele e le abitazioni dei bassifondi.
Il movimento sindacale californiano, rinvigorito da una nuova stagione organizzativa, ha combattuto per fermare la strisciante «mississipizzazione» con ordinanze per garantire salari minimi di sussistenza , l’aumento della spesa scolastica, la chiusura delle scappatoie fiscali per i ricchi. Sono state ottenute alcune vittorie (specialmente nel finanziamento del sistema scolastico e universitario), ma la politica progressista combatte in salita contro due giganteschi ostacoli strutturali.
Il primo è l’eredità della Proposition 13, che richiede larghissime maggioranze per alzare la maggior parte delle tasse. Il secondo, e più scoraggiante, è il ritmo lentissimo della concessione della cittadinanza ai nuovi immigrati. Benché gli anglosassoni rappresentino ormai una minoranza della popolazione, costituiscono ancora il 70 percento dell’elettorato. Persino nel 2040, secondo le proiezioni del Public Policy Institute of California, i bianchi, pur essendo solamente il 35 percento della popolazione, rappresenteranno il 53 percento dei votanti. Se le attuali tendenze demografiche continuassero invariate, questa anziana minoranza bianca godrà anche della maggior parte dei diritti sociali e delle risorse fiscali.
La Weltanschauung conservatrice offre, naturalmente, una rappresentazione opposta di questa realtà. Guidati dall’ex governatore Pete Wilson, i repubblicani sostengono che lo stato sia diventato una discarica di mendicanti inerti e incolti del Sud. Il Messico, nel celebre spot elettorale di Wilson («Stanno arrivando!»), sta invadendo la California anglosassone, imponendo ai suoi onesti cittadini un enorme fardello in termini di tasse, criminalità e inquinamento. I veri disgraziati della terra sono i pazienti e sovratassati signori bianchi a bordo dei loro veicoli per il golf.
La ragione muore gridando contro queste assurdità, che vengono diffuse ventiquattro ore al giorno nei talk show dai feroci conduttori che regnano incontrastati nelle radio FM della California e, in misura sempre maggiore, nelle televisioni commerciali. Il furore bianco è anche lo steroide che gli strateghi repubblicani sperano gonfierà i muscoli di Arnold Schwarzenegger per la prova di sollevamento pesi delle elezioni anticipate di ottobre. I commentatori liberal hanno attaccato la star del cinema per la bizzarra mancanza di chiare posizioni sulle questioni politiche decisive. Ma queste critiche sono ingiuste.
Terminator, in realtà, può vantare una lunga storia di impegno ideologico dal quale, per ragioni tattiche, gli ideatori della sua campagna cercano di distogliere l’attenzione. Notevolissimo è stato il suo grande coinvolgimento nella crociata pro-nativi per negare l’assistenza sanitaria e l’istruzione agli immigrati senza documenti e per rendere l’inglese la sola lingua ufficiale. Il povero ragazzo proveniente dalle sperdute valli alpine è stato uno dei principali firmatari della Proposition 187 del 1994 e, cosa ancora più sinistra, un membro di lunga data del consiglio direttivo di «U.S. English» un’organizzazione nazionale notoriamente legata agli uomini con i cappucci bianchi.
Sarebbe, in ogni caso, un errore pensare che Arnie sia la vera star di quest’ultima e costosa produzione cinematografica. Come tutti gli scommettitori di Sacramento hanno osservato, il vero titolo dovrebbe essere: «La resurrezione: Wilson terzo atto.» L’ex governatore è lo spettro che aleggia sulle elezioni anticipate.
Il suo vecchio staff (fra cui George Gorton, che diresse la rielezione di Boris Eltsin) controlla tutti i fili importanti che muovono Schwarzenegger, mentre Wilson in persona guida la campagna promozionale che ha reclutato con successo la maggior parte dei miliardari dello stato. Di conseguenza la cerchia più intima della crociata «populista» di Scharzenegger assomiglia a un toga party del Bohemian Grove Club: Donald Bren, George Schulz, David Murdock, Warren Buffett e così via.
Wilson, naturalmente, è una figura detestata dai latinos, dai neri e dal movimento sindacale. In teoria, la California ha detto la parola fine alle politiche razziali divisive, quando gli elettori hanno respinto nel 1998 il suo protetto, il procuratore generale Dan Lungre, e successivamente, lo scorso anno, quando hanno trombato un altro ricco clone di Wilson. Perciò chi ha dimenticato il pugnale d’argento?
Ora che i voltagabbana non hanno nulla da temere, è stato facile per molti democratici prendere le distanze dal governatore in carica Gray Davis, presentandolo come una scelta particolarmente sfortunata: un automa senza carisma col cappello in mano che ha lasciato che lo stato venisse saccheggiato dalla Enron durante la finta crisi energetica di tre anni fa.
Ma di nuovo, in tutta onestà, Davis incarna esattamente le qualità (pro-impresa, centrista, e duro sul tema della sicurezza), che il Democratic Leadership Council ha per così tanto tempo raccomandato come la ricetta per la salvezza del partito democratico. E non si pensi che il suo crollo sia isolato: basta guardare agli altri democratici «moderati» morti ai blocchi di partenza delle primarie presidenziali.
Questa è la ragione per la quale l’ala pro-lavoratori dei democratici californiani avrebbe dovuto cogliere l’occasione delle elezioni anticipate per lanciare uno dei suoi uomini. Davis è stato generalmente detestato dagli attivisti sindacali. Eppure, la federazione sindacale dello stato, quasi da solae, è restata pateticamente fedele a Suo Grigiore, consentendo al suo astuto e spregiudicato luogotenente, Cruz Bustamante, di presentarsi alla selezione finale dei candidati con l’autorizzazione del partito.
Bustamante può essere meglio del Pete Wilson che si nasconde dentro al cavallo di Troia di nome Scwarzenegger, ma la differenza è probabilmente minore di quanto la maggior parte degli elettori democratici immaginino. Alcuni anni fa, si scontrò con Wilson, allora governatore, a proposito delle modifiche da apportare alle leggi dello stato per consentire l’esecuzione capitale dei minorenni. Quando Wilson propose la pena capitale per i criminali a partire dai 14 anni, Bustamante rispose che egli avrebbe potuto «con le lacrime agli occhi votare per condannare a morte i “criminali incalliti” a partire dai 13 anni.»
La principale alternativa ai due infanticidi è il partito verde della California. Alle elezione del governatore dello scorso anno il candidato verde Peter Camejo ha ottenuto il 5 percento dei voti, dando a migliaia di progressisti la forza di immaginare una nuova vita oltre i democratici. Camejo, un veterano della Berkeley degli anni Sessanta, è ancora animato dal sacro fuoco della passione ed è andato in giro per lo stato a fare la parte di Michael Moore contro il «Roger» di Gray Davis. È uno dei primi verdi a ottenere successo nei sindacati e fra i verdi.
Sfortunatamente, buona parte dell’attenzione mediatica che sarebbe altrimenti stata rivolta ai verdi è stata scippata da Arianna Huffington, che corre come indipendente. Ospite televisiva e opinionista di professione, già sposata con uno dei più ricchi repubblicani dello stato, ha intrapreso un insolito viaggio nel deserto della politica americana, spostandosi dall’estrema destra alla sinistra moderata. Per esempio, la Huffington è stata un’eloquente ed efficace critica della guerra al terrorismo di Bush.
A differenza di Camejo, che è stato scelto con una consultazione elettorale tra gli iscritti al partito dei verdi, la Huffington agisce rigorosamente da battitore libero grazie ai soldi di Hollywood e al suo accesso privilegiato ai media. La sua credibilità populista è stata intaccata dalla rivelazione che negli scorsi anni , pur possedendo una casa da sette milioni di dollari, non ha praticamente pagato una dollaro di imposte sul reddito. L’effetto più probabile della sua candidatura, nonostante le promesse di coordinarsi con Camejo, sarà quello di diminuire invece che aumentare il voto a sinistra dei democratici.
A prescindere dall’esito in ottobre, la battaglia per l’elezione anticipata ha già illuminato vari aspetti del nuovo scenario politico californiano. Da una parte, i repubblicani hanno ormai un’enorme fiducia nelle proprie capacità di frustrare ogni futuro sforzo legislativo per la riforma fiscale o la giustizia economica. I democratici liberali, dall’altra, si sono scottati la faccia nel marciume politico del loro partito. A Duroville, intanto, gli abitanti vedono allontanarsi, aldilà del lago di liquami, la cuccagna del sogno californiano.
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